martedì 29 marzo 2011

L'altro

A Maikona domenica pomeriggio il caldo aveva addormentato tutti. Dopo pranzo ci si ritira per riprendere le forze e, per quanto possibile, anche un po' di fiato cercado un po' di fresco nelle stanze.
Sto in camera mia per un'ora, poi esco. Non si smette di sudare a Maikona. L'aria immobile anche se il vento soffia, il sole è abbacinante nel cortile.
Ho caldo e non so che fare... bella combinazione, no? Comunque mi avvio verso la sala da pranzo sperando che il frigorifero sia acceso. Vi trovo Teso (la ragazze delle pulizie) intenta a guardare in modo strano la cucina. E davanti ai fornelli c'è Anna, la mamma di Fr Chris, intenta spadellare crepes!! Mi guarda, ride e mi allunga un piatto. Crepes alla marmenlla di albicocche! A Maikona! Devo dire che stato un dei momenti pù belli vissuti qui. Un po' perchè, diciamoci la verità, la cucina rumena in versione deserto non riuscivo proprio a gustarla, e poi perchè, insomma, trovare una mamma che cucina e ti dà la merenda è sempre una bella cosa! Meno male che Dio ha inventato le mamme!
Comunque mi gusto la crepes, buonissima! E gustandola ringrazio con il cuore per questo momento. Per questa persona trovata qui inaspettamente.
Forse non ci rendiamo conto di quanto abbiamo bisogno degli altri. Non intendo dire in senso retorico, ne intendo fare la strappa lacrime. Però mi accorgo ogni giorno che il primo bisogno che abbiamo è quello dell'altro.
E l'altro è Anna che cucina crepes perchè è domenica, è Antony che anche se con i soldi che gli do si compra mirà, alla fine mi trova un lorry per Marsabit. E' Anna Chirry che viene a piedi in parrocchia dalla sua manyatta per incotrarmi. E' Fr Fred che tenta di tranquillizzarmi ridendo e che poi mi accoglie in parrocchia, sempre ridendo. L'altro di cui ho bisogno, qui a Marsabit,è Isahia che si preoccupa e che mi dice di chiamarlo se avessi bisogno, è Sister Anna Maria che mi regala i limoni e mi intima di mangiare... potrei andare avanti così per un po'. Alla fine ho scoperto di non essere sola, ma di far parte della famiglia umana e di godere di esserne parte con altri.
Forse è per questo che rimango tanto delusa quando gli altri non rispecchiano l'idea che avevo di loro. E così mi sono un po' arrabbiata, un po' scocciata... perchè in quetso mondo di cui sono una silenziosa visitatrice, avevo bisogno di alcuni altri senza però trovarli... trovandone però molti diversamente!
Sono "scappata" da Maikona in fretta ieri pomeriggio. Un paradosso no? Aspettare tanto per starci così poco. (Un paradosso ancora pià grande per la mia ricerca... ma questo è un altro discorso...)
Però, memore dell'attesa, sono salita sul primo lorry che ho trovato e sono tornata a Marsabit. Tanta fretta perchè sta sera devo incotrare Don Renino, che tanto mi aiuta nella ricerca e tanto dimostra di avermi capita fin dall'inizio, dal prima volta in cui mi ha apostrata ridendo "Gli antropologi hanno le loro teorie e di lì non si smuovono...". E poi mi ha telefonato per accertarsi di riuscire a salutarmi, mica potevo deluderlo.

martedì 22 marzo 2011

si mbaya

Giorni di cambiamento e di relax allo stesso tempo.
Cambiamento perchè Patrizia è partita domenica mattina destinazione Nairobi e sta notte ha il volo per l'Italia. Ci ri-incotreremo a Nairobi due giorni prima il mio volo di ritorno a casa...
Così ho fatto trasloco in parrocchia, sarò ospite dei fathers... bello eh?
Ho già cambiato stanza (dopo solo una notte) visto che nella casa degli ospiti verranno ospitati i catechisti e Fr Fred ha commentato la cosa con un lapidario "troppi uomini per una donna..." e così sono stata dirottata nella stanza difianco alla cucina, ma almeno la porta ha una chiave...
Odio cambiare camera da letto ogni sera... dovermi abituare a rumori diversi, alla posizione del letto, agli odori, alla zanzariera... vabbè, comunque sono diventata cintura nera dell' adeguamento rapido...
In ogni caso domani vado a Maikona, Fr Eugene passa di qua e così posso viaggiare sicura con lui in macchina... la prima opzione era un fantastico lorry nel tardo pomeriggio, visto che il passaggio che avevo trovato con una macchina della diocesi mi ha tirato pacco...
Stare qui in parrocchia non è male, l'unico problema è che sono tentata di fare nulla tutto il giorno o di girare dietro a Isahia tra mercato e orto, dimenticandomi della ricerca...
Però nella libreria della parrocchia ho scovato un piccolo tesoro. Alcuni appunti mano scritti di Don Tablino... Chiaro che ho passato due ore a scartabellarli.
Ora devo trovare il modo di sviluppare alucni vecchi rullini con didascalie mitologici: Maikona 1976; Marsabit Giochi della Gioventù 1972... Not bad!

Le ultime due settimane sono state un po' di passaggio, lo svincolo tra il "sono appena arrivata" e il "tra un po' torno a casa".
Ma non è ancora il momento di verifiche e bilanci.

C'è una cosa di cui però sono molto felice e per cui mi sento molto fortunata: l'incontro con altri è particolarmente intenso. La possibilità di incontrare persone interessanti è davvero una grande cose. Arricchente e stimolante. E qui mi succede spesso, quasi ogni giorno. E ogni giorno scopro qualcosa di nuovo per me, anche senza interessare la ricerca, qualcosa di nuovo che mi dà una luce nuova sulle cose vecchie...

Questo post è abbasta inutile... solo che questa connessione wire less in parrocchia mi gasa un casino...

P.S: seguo preoccupata le notizie dalla Libia... preoccupata non per me, piuttosto per NOI in Italia. Isahia mi ha detto di tanquillizzare tutti, "Marsabit è così lontana dalla Libia, ora..."

mercoledì 16 marzo 2011

dall'altra parte del mondo

Dunque, questo post segue la scia di quello che ho pubblicato ieri.
Le cose non avvengono per caso.
Non andrò nei dettagli, solamente mi ha fatto molto riflettere come, dopo aver scritto la fiera di banalità, ieri arraivata a casa la stessa riflessione mi si è presentata, in modo diverso.
In occidente continuiamo a pensare alla povertà con i nostri vecchi schemi. Tu sei povero perchè non hai cibo, non hai vestiti, non hai acqua, non hai una casa... non hai denaro.
Questa visione stereotipata del povero si addice bene al nostro comportamento con il povero e, soprattutto con il "diverso". Lo schema è molto semplice: sei povero/diverso, io ti aiuto, faccio un'offerta, ti mando i soldi (tanto sono quelli a mancare, no?), basta che non porti la povertà/differenza in casa mia.
Perchè?
Paura? Ignoranza? Ipocrisia?
Non ho questa risposta.

Però quando si è dall'altra parte, anche per poco tempo, ci si rende conto che la povertà non è solo questione di soldi.
Si può essere sazi di cibo, di vestiti, di casa... ma poveri di libertà.
Libertà di studiare, di spostarsi, di parlare, di partecipare liberamente al progresso e alla globalizzazione del mondo.

Ci si rende conto di questa povertà solo quando si prova ad esercitarla, la libertà, e ci si scontra con il dato di fatto di non appartenere alla parte al sole del mondo. Di non essere occidentali.

Segnalo un blog, interessantissimo, di un giovane reporter... e qui devo ringraziare Enrico di avermi regalato il suo libro "Mamadou va a morire" e di avermelo fatto scoprire.

http://fortresseurope.blogspot.com/

martedì 15 marzo 2011

Mzungu habari?

Qui a Marsabit si aspettano le piogge. O anche solo una pioggia.
Secondo alcuni dovrebbero iniziare oggi, secondo altri alla fine del mese. Vedremo.
Intanto il clima è cambiato, sembra incredibile ma ieri mattina Milano ci faceva un baffo. La nebbia è spessa, umida, scende bassa e copre tutto. A lei va aggiunto il vento costante e la terra rossa che si appiccica, umidiccia, dappertutto. Insomma camminare per strada a Marsabit non è così semplice come farlo sul lungo mare di Loano. Ma dopo un po' ci si abitua.
C'è una cosa a cui, però, faccio fatica ad abituarmi, posso sintetizzarlo con “il colore della mia pelle”. Ok, forse sono gli altri che non si abituano, ma provo a spiegarmi meglio.
Sta storia che in Africa si vogliono tutti bene, che l'accoglienza è enorme e che tutti si salutano per strada è una favola inventata di sana pianta.
Se sei nero in mezzo a neri, nessuno ti saluta se non ti conosce.
Se sei bianco in mezzo a neri, però, tutti (o quasi) ti salutano. I bambini invece non ti salutano: inneggiano a te. Se poi questo inneggiare sia simpatico e affettuoso, o solamente una presa in giro non l'ho ancora capito.
La scena è questa. Erika, in versione Fantozzi contro tutti, tenta di mantenere l'equilibrio sullo stradone che porta in town combattendo una lotta silenziosa contro il vento e la sabbia alzata dalle macchine e dai lorry di passaggio. Da lontano un gruppo di bambini si accorge di lei: bianca, bionda, con i pantaloni e un andamento imbarazzante. E inizia il carosello: MZUNGU HABARI? HOW ARE YOU? MZUNGU HABARI, SISTERRRRRRRR, SISTAAAAAAAA... urlato allo sfinimento fino a quando io sono a portata di vista. Rispondere in inglese e in swaili è inutile, anche Perché alcuni si fanno domanda e si danno risposta da soli: MZUNGUHOWARETOUFINE...
Al di là del fatto che ci sono volte in cui vorrei solo farli stare zitti tutti e fargli presente che non sono la prima mzungu che passa a Marsabit e che chiedermi come sto mentre sto facendo una fatica boia è da maleducati, mi chiedo poi cosa rappresenti la mia persona agli occhi di questi bambini. E anche agli occhi degli adulti che mi salutano ridendo o che dicono ai figli di salutarmi (SEMA MZUNGU HABARI...)
Non so ho alcune ipotesi, ma è difficile capire a fondo questo rapporto mzungu- mwafrika...
Dunque, potrei rappresentare il benessere. La mia pelle parla chiaro, arrivo dalla parte ricca del mondo. Anche i miei vestiti parlano chiaro, le mie scarpe e la mia borsa. La mia macchina fotografica (anche se quasi mai è esposta...) poi parla chiarissimo. (Alcuni bambini chiedono dei soldi... “dammi i soldi”, rispondo in swahili: “akuna pesa...” (nessun soldo) e se ne vanno delusi). Rappresento un benessere che non possiedo e, di conseguenza, un rapporto di dipendenza e un modo di rapportarsi all'altro (richiesta - “elemosina”) che non mi va di rappresentare.
Sicuramente rappresento la Chiesa. Infatti mi chiamano Sister, come chiamano tutte le suore e tutte le bianche. Ho scoperto che i bambini chiamano mzungu anche le sisters di colore... questo è significativo dell'identificazione tra l'essere bianco e il mondo missionario. Sono poi una donna adulta (ben oltre l'età da marito) fuori casa da sola, non posso che essere una suora, no? Peccato che io non sono una suora e nemmeno lo diventerò...
E, infine, sono l'incarnazione della diversità, del diverso in quanto tale. La stessa parola mzungu è indicativa. Indica il bianco, ma prima ancora indica un qualcosa di alieno, di diverso e non sempre l'accezione è positiva. Per questo mi infastidiscono gli adulti e non i bambini. I bambini mi guardano solo con stupore, uno stupore innocente e basta. Gli adulti che mi guardano, che parlano di me tra di loro in borana fissandomi, che mi osservano manco fossi un alieno appunto, a questi vorrei proprio rispondere per le rime a volte.
Portare tutti questi significati scritti addosso non sempre è facile. Forse i primi tempi mi pesava di meno. Ora che ho preso un po' di confidenza con le cose, con i tempi e i modi, io per prima sento meno la differenza, anzi a volte non la sento proprio. Le urla dei bambini per strada mi ricordano questa pelle bianca che tante cose ha tatuate su di sé in quanto tale e mi infastidisce perché vorrei solo essere me stessa, senza nessun colore addosso. Il problema è che non posso non essere bianca, fuori e anche dentro, a volte.
Forse questo post potrà partecipare alla sagra delle banalità, però è forte a volte l'impatto di certe banalità, quando si è fuori casa. Questo giro lungo che l'antropologia costringe a compiere è forse una delle cose della cui utilità ed essenzialità per la nostra vita mi sono resa conto in questo tempo. Un giro lungo, in mezzo al diverso che ti richiede di spogliarti del tuo essere, delle tue abitudini, dei tuoi modi di fare per accedere ad altri, lontani e incomprensibili, e, solo dopo, per capire i tuoi.

domenica 13 marzo 2011

Ciao stella!!
Ti scrivo per dirti ancora buon compleanno (beh, visto che te li ho giá fatti per tempo, questo ritardo vale)!!!!!!
E quando torni ho intenzione di festeggiarlo come si deve, insieme al mio naturalmente.

E anche se sei lí e io qui sei sempre la mia compagna di viaggio preferita.

Buona notte e sogni d'oro (porta un po' del cielo keniota anche da noi! Non posso parlare per esperienza, ma penso che il cielo stellato nel deserto sia qualcosa che, visto una volta, ti porti dentro per sempre. verrá anche il mio turno... magari insieme!!)
notte davvero questa volta
livia

venerdì 4 marzo 2011

badha huri


Quella che doveva essere una breve gita a Badha Huri, giusto andiamo dormiamo e torniamo, è durata tre giorni.
Un po' a me era sfuggito qualcosa, un po' parlano tra di loro solo in borana e swaili e resto sempre all'oscuro di tutto, un po' l'imprevisto che non manca mai.
E così martedì partiamo già in super ritardo sulla tabella di marcia, io, Darare, Sis. Kelvin, Chuculiza, l'autista (ve lo racconto poi che tipo!) e la solita banda di infiltrati che riempe sempre ogni macchina che viaggia in queste zone. Destinazione Badha Huri (una zona collinare, Huri Hills appunto, oltre Maikona ad una cinquatina di km dal confine etiope) per un work shop con il nascente gruppo femminile della parrocchia.
A Maikona arriviamo che è quasi buio e così passiamo la notte lì, a casa di Darare, la quale estrae tre materassi e li piazza davanti a casa (mi sfugge ancora di chi sia poi sta casa) e su quei tre materassi mangiamo cena e ci passiamo la notte... devo dire che lo spettacolo delle stelle a Maikona è indescrivibile. Roba che pure a Balz se la sognano... e sotto queste stelle e accarezzati dal vento costante si dorme benissimo.
All'alba ripartiamo, lentamente ci lasciamo alle spalle il deserto di pietre e iniziamo a salire su colline ricoperte di erba secca, punteggiate di grandi alberi e di pietre scure. Un paesaggio bibblico direi. Con un vento fortissimo e costante che spazzola tutto. Il villaggio è povero, le case sono paglia o di fango (credo). Ma ci sono in giro un'infinità di bambini.
Una larga distesa d'erba di fa spazio tra i cucuzzoli delle colline, in lontananza si vedono già le cime etiopi. E infatti si vedono donne vestite con stoffe diverse e ci viene offerto injera... buona buona!
Per il resto i due giorni che passiamo lì sono lentissimi. Il work shop è tenuto in borana e quindi non capisco niente, faccio giusto due interviste e basta. Quindi penso, mi riparo dal vento, cambio posizione, leggo, provo a seguire le discussioni in borana, provo a parlare con l'autista che non ho ancora capito che lingua parli... cerco di usare le latrine il meno possibile (sto sperimentando tecniche sempre più avanzate per il controllo della mia vescica), tento invano di schivare il chai o il the nero che mi offrono dopo che ho detto che il latte mi fa stare male..
Diciamo che l'attesa è la dimensione che più spesso mi capita di sperimentare. Lunghe attese fatte di silenzio, di pensieri, di noia... ma devo dire che mi ritrovo quasi irriconoscibile. Soprattutto se penso a tutte le volte che nella mia vita “normale” ho fatto il diavolo a quattro per un semplice imprevisto, per un dettaglio sfuggito al mio controllo...
Ora invece reggo bene, o almeno ci provo, questi tempi morti che sembrano infiniti a volte. E rispetto a solo un paio di settimane fa sono migliorata tantissimo.
Forse sto facendo pace con l'immobilità che tanto mi angosciava i primi giorni?

Fatto sta che scopro a metà giornata che non torneremo a casa ma dormiremo lì. Non c'è rete telefonica e sono quasi terrorizzata dalla possibile sistemazione notturna. Però basta attendere che tutti i rituali di saluto, di chai, di chiacchiere per me incomprensibili volgano al termine e scopro che dormiremo in un lodge (potrei tradurlo con hotel ma non è un hotel) che si rivelerà pulitissimo e pure dotato di una bacinella di acqua calda a testa (era dalla partenza da Marsabit che non vedevo un lavandino o qualcosa del genere, neppure per le mani), l'autista mi accompagna a metà di una collina per fare due chiamate e di lì il mio stato d'animo si rasserena...
Tempi lunghissimi, ma alla fine arriva l'ora di tornare a casa, mangiamo riso patate e capra (si, l'ho mangiata!) con le donne della parrocchia, carichiamo tutti quelli che chiedono un passaggio e ci mettiamo per strada... a meno di mezzor'ora da Maikona buchiamo una ruota (ok, succede spesso, se si è in 10 su un defender forse più spesso...). Si fa ritardo e così si coglie subito l'occasione per dormire di nuovo all'aperto a Maikona... sveglia alle 3.30 e arrivo a Marsabit alle 6.30... di questa decisione da ricovero mi è totalmente sfuggito il motivo. E quando alle 5, al buio per strada, scopro che l'unica ad avere una una torcia sono io (siamo in 8 in macchina e tutti aspettano che io la trovi nel casino della borsa), tutta la serenità e la pazienza conquistate in cima alla collina sono andate a farsi benedire. E sono tornata ad odiare tutti, come faccio tutte le mattine.