Ci si mette in viaggio, ci si sposta. Io sono passata per 4 aereoporti e ho fatto un giorno intero di strada, prima di arrivare a destinazione.
Mi vengono in mente le fasi dei riti di passaggio, la distanza, il distacco, un tempo preciso di allontanamento per poi entrare in una nuova posizione, in una condizione umana e antropologica diversa. Forse e' questo che succede nei viaggi lunghi. Forse e' quello su cui riflettevamo l'anno scorso in Corsica, il battello ti porta lontano, mentalmente lontano, ti aiuta a compiere il distacco.
Ecco, io il distacco dalla mia quotidianita' e il tuffo nella condizione nuova, l'ho affrontato ormai quasi tre setimane fa.
Devo dire che non e' stato poi cosi' facile. La polvere rossa, le strade dissestate, il vento, il sole, la gente a volte invadente (tipo o fattoni a Isiolo...)... pensavo: tre mesi qui?? non sopravvivero' mai! Dove mi sono andata a ficcare? Maledetta Erika, tu e le tue idee brillanti...
Davvero, non riconoscevo Marsabit. E questo mi ha spaventata non poco.
Sono passati venti giorni e, devo dire, lo shock iniziale se ne e' andato cosi' com'era arrivato. E la grande scoperta e' che in ogni luogo esiste una quotidianita', una normalita' a cui ci si abitua, che si apprezza.
Ora Marsabit non mi sembra poi cosi' male e la polvere fa parte del gioco...
Un abbraccio. Se Dio vuole cambio casa per un po', vado nel deserto o North Horr o Maikona... altro shock in vista?
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venerdì 11 febbraio 2011
sabato 14 agosto 2010
un nuovo mattone
Il mio ultimo post risale al 30 aprile!
Ed effettivamente da più o meno quei giorni la mia vita è stata un bel casino... troppe cose a riempire le mie giornate per pensare a qualcosa da buttare giù, da tirare fuori.
E ora, dopo 7 giorni in giro con i miei ragazzi sulla via Francigena sono tornata. Non è stata una route facile, ma comunque mi/ci ha dato molto e molto ci ha insegnato, per prima cosa che organizzare, a volte è un esercizio totalmente inutile...
Il non trovare il sentiero che sulla cartina è segnato come perfetto, scoprire quanti km mancano all'arrivo, pensare che non ce la fai più e allo stesso tempo confortare chi cammina accanto a te, scoprire che i mezzi pubblici ad agosto non ci sono, attendere distrutti dalla stanchezza l'alba con l'orecchio teso e pensare che quegli otto cuori che dormono accanto a te contano sulla tua prontezza, mangiare minestra in busta e dire che è buonissima, chiamare un amico e chiedere ospitalità, imparare a memoria le fermate della metro, scavalcare la recinzione della parrocchia, vedere i tuoi ragazzi ridere in stazione e non andare a casa, con i genitori che aspettano e non sanno che cosa pensare. E' questa l'esperienza di un capo scout in route e devo dire che ogni volta è un bel mattone da rielaborare, oltre che da vivere momento per momento. Un bel mattone che poi si aggiunge a tutti gli altri che compongono la vita.
Sono tornata, dicevo, e ritrovo quello che avevo lasciato a casa, lì ad aspettarmi, pronto a risalire sulle mie spalle, pronto a prendere il posto dello zaino che ho portato nell'ultima settimana. La cosa non è per nulla confortante, ho davanti a me un anno importante, culmine della mia "scelta" universitaria e test delle mie scelte di vita... ho davanti un anno in cui molte cose andranno a posto o crolleranno del tutto. è molto che aspettavo questo anno, è molto che mi preparo per questo e ora la paura mi sta un po' assediando, sento quella tremarella alle ginocchia che non ti permette di andare avanti.
Però, in questa settimana, dicevo, ho capito una cosa: nulla può essere pre-confezionato alla perfezione in anticipo, e ogni cosa può sfuggire ai tuoi piani. Ed è ora che io impari a vivere questo con serenità, è ora che impari a lasciarmi andare al caso, a fidarmi del sentiero che si apre davanti a me.
Ce la farò, prometto!
vi lascio un pensiero:
Partire è anzitutto uscire da sé. Rompere quella crosta di egoismo che tenta di imprigionarci nel nostro IO. Partire è smetterla di girare intorno a noi, come se fossimo al centro del mondo e della vita. Partire è non lasciarsi chiudere negli angusti problemi del piccolo mondo cui apparteniamo: qualunque sia l’importanza di questo mondo, l’umanità è più grande ed è essa che dobbiamo servire. Partire non è divorare chilometri, attraverso i mari, volare a velocità supersoniche. Partire è anzitutto aprirci agli altri, scoprirli, farsi loro incontro. Aprirci alle idee, comprese quelle contrarie alle nostre, significa avere il fiato di un buon camminatore. È possibile viaggiare da soli. Ma un buon camminatore sa che il grande viaggio è quello della vita ed esso esige dei compagni. Beato chi si sente eternamente in viaggio e in ogni prossimo vede un compagno desiderato. Un buon camminatore si preoccupa dei compagni scoraggiati e stanchi. Intuisce il momento in cui cominciano a disperare. Li prende dove li trova. Li ascolta. Con intelligenza e delicatezza, soprattutto con amore, ridà coraggio e gusto per il cammino. Andare avanti solo per andare avanti, non è vero camminare. Camminare è andare verso qualche cosa; è prevedere l’arrivo, lo sbarco.Ma c’è cammino e cammino. Per le minoranze abraminiche, è mettersi in marcia e aiutare gli altri a cominciare la stessa marcia per costruire un mondo più giusto e umano. (Dom Helder Camara)
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